
La Russia diventa dopo 15 anni di nuovo campione del Mondo di Hockey battendo i canadesi con 5:4.
Il primo tempo è stato all'insegna di sofferenza per i russi, chiudendosi con 1:3 per i canadesi. Verso la fine della partita i russi hanno fatto il miracolo di pareggiare. E in overtime hanno messo a segno il cosidetto punto d'oro aggiudicandosi il titolo.
Echo Moskvi riferisce che tutta la notte a Mosca si sono svolti festeggiamenti spontanei coi carroselli, bandiere e fuochi d'artificio amatoriali con proteste di qualche pensionato assonato.
Non poteva finire senza polemiche, alla russa. Proteste della Federazione sportiva per "l'ingiustificato blocco del pullman" su cui la squadra russa si recava allo Stadio di Montreale (Pepsi Arena). Secondo Gazeta "il pullman è stato fatto fermare prima che raggiungesse l'Arena e poliziotti canadesi hanno intimato alla squadra di proseguire a piedi. Si sono svolte trattative a "voce alzata". Alla fine la squadra raggiunse l'Arena faccendosi un kilometro e mezzo a piedi e l'inferocita Federazione sportiva "attende ancora una spiegazione". Per il resto, una bella giornata di festa.

I rapporti fra la Russia e il suo piccolo vicino pro occidentale, la Georgia, hanno già toccato il minimo storico nell’ottobre 2006 quando la Russia giunse a interrompere i collegamenti ferroviari, aerei e postali con la repubblica caucasica. Niente treni, niente navi, niente auto, niente posta e niente trasferimenti bancari. Un grande colpo alla Georgia i cui 1.2 milioni cittadini lavorano in Russia e spedivano i soldi a casa contribuendo per 2 miliardi di dollari pari al 20% (venti per cento!) del Pil. (fonte: TIME).
Cosa fece adirare così tanto Mosca? Oltre al linguaggio francamente poco diplomatico, costantemente usato dalla Georgia nei confronti della Russia, del governo russo, e nei momenti più drammatici, verso tutto il popolo russo, c’erano anche motivi più prosaici. Come non ricordare che la Georgia fu la più entusiasta aderente al progetto del petroldotto Baku-Tibilisi-Ceyhan che, aggirando la Russia, ne poneva fine al monopolio sul trasporto di petrolio tramite Mar Caspio verso i consumatori occidentali. La Georgia ha sfidato Mosca su innumerevoli questioni regionali (che non riassumiamo per non annoiare il lettore). La Georgia non vede l’ora di entrare nella NATO ovvero rendere realtà l’incubo dei generali russi di un avamposto militare e spionistico della NATO sui confini sud della Federazione. Brevemente, la crisi è il fallimento russo nell’accettare la libertà della Georgia.
La Georgia provocò il gigante russo giocando a gatto e topo, e solo nella certezza, malcelata, di nascondersi dietro la schiena degli Stati Uniti.
Il governo georgiano rispose al blocco navale, terrestre e monetario russo arrestando in pompa magna quattro ufficiali russi e minacciandoli di 20 anni di prigione. Non trovò niente di meglio, inoltre, che circondare militarmente la caserma russa a Tibilisi. Due soldati di guardia russi furono disarmati e picchiati selvaggiamente.
Russia rispose evacuando l’ambasciata, richiamando l’ambasciatore e mettendo in stato di allerta i suoi 4.000 soldati ancora in Georgia (e ritirati successivamente), ordinandoli di “sparare se necessario per difendersi”. Un Putin adirato comparse in televisione trattenendo a stento la rabbia: “Questa gente [i georgiani] pensa che sotto la protezione dei loro sponsor stranieri si possano sentire tranquilli e al sicuro” – disse Putin – “ma è poi veramente così?” – alluse sinistramente il Presidente.
Non si sa se per l’allusione sinistra di Putin o per pressioni degli Stati Uniti, tutt’altro che interessati ad un nuovo scontro con la Russia, i Georgiani cedettero rapidamente. I quattro ufficiali russi furono consegnati a dei rappresentanti dell’Unione Europea e la notte stessa giunsero a Mosca.
Dopo tanti proclami, promesse di resistere fino all’ultimo respiro, inni al non-un-passo-indietro, la Georgia cedette subito e su tutta la linea. Restituì i prigionieri, levò il blocco alla caserma. Questo, e altri comportamenti, rende la posizione georgiana poco credibile, poco ragionata, poco ponderata. La Georgia ha certamente ragione in parte nelle proprie rivendicazioni col scomodo vicino, ma non può continuare a usare la diplomazia dell’isteria al posto della Diplomazia con la D maiuscola. Trovare una soluzione accettabile è anche nell’interesse della Russia. I tempi potrebbero essere maturi, ora che un Presidente russo “moderato” è arrivato con la sua squadra. L’aria a Mosca è cambiata. Ma a Tibilissi, è poi veramente così ? – risuona la voce di Putin di due anni fa.
La saga continua. BBC riferisce che la Georgia ha consegnato alla televisione brittanica un "video ripreso da un aereo georgiano senza pilota" che dimostrerebbe che "la Russia sta dispiegando nella regione di Abkhazia mezzi da guerra pesante". Fuori accordo, dunque, dagli accordi sul dispiegamento delle forze di pace.
Utashivlii, capo del dipartimento di informazione del Ministero georgiano degli Interni, in una intervista alla BBC dichiara che il video dimostra che "le forze russe non sono di pace ma di aggressione". Utashivili ha dichiarato che i voli degli aerei senza piloti continueranno sulla Abkhazia e sulla Ossezia del Sud, nonostante diversi incidenti. L'autoproclamato governo abkhazo ha dichiarato di aver già abbattuto 7 aerei senza piloti georgiani. Il governo georgiano riconosce l'abbattimento di 1 solo aereo, attribuendone per di più l'abbattimento alle forze russe, che dagli accordi in vigore non può fare uso di armi. Mosca dal canto suo nega ogni addebito.
In aprile Russia ha unilateralmente aumentato di 100 unità il proprio contingente nelle repubbliche separazioniste dichiarando che "si tratta di forze di pace". Utashvili, nella intervista alla BBC, ritiene invece che la Russia stia fomentando sentimenti separazionistici in Georgia per impedirne l'ingresso nella NATO.
Intanto anche oggi la tensione monta a causa di un oscuro incedente d'auto. Gazeta riferisce che un auto con la targa georgiana sarebbe stata speronata da un mezzo militare russo provocando l'intervento della polizia georgiana e minacce di difendersi con le armi da parte dei militari russi. L'autorità militare Russa nega ogni responsabilità dichiarando che si tratta di "una provocazione", che l'auto è giunta già incidentata, e all'improvviso sono saltati fuori poliziotti georgiani coi passamontagna a richiedere "spiegazioni".
Ieri a Mosca dovevano iniziare le consultazioni russo - georgiane sulla questione della Abkhazia e della Ossezia del Sud. Sono entrambe regioni georgiani ma auto proclamatosi indipendenti e a cui la Russia liscia il pelo. Nella regione sono schiarati ormai da anni le cosidette "forze di pace" dell'esercito russo.
Per le consultazioni è arrivato a Mosca il Ministro georgiano per l’integrazione Temur Jakobshvili (foto sinistra). Ma appena Jakobshvili ha messo giù il piede dalla scaletta dell'aereo, il risultato della sua vista è stato sabotato. Il Ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov ha dichiarato che l’intera consultazione "è un arma propagandistica di Tibilisi", mentre l’FSB accusava i servizi segreti georgiani di “sabotaggio della lotta al terrorismo nel Caucaso del nord”.
Secondo quanto riferisce Kommersant, il Ministro georgiano è giunto a Mosca con in tasca una proposta di revisione del mandato delle forze di pace russe nelle regioni separatiste di Abhazia e Ossezia del Sud. Il ministro – secondo il giornale – avrebbe anche proposto la convocazione di una Conferenza internazionale con lo scopo ultimo di sostiture le forze di pace russe coi soldati europei.
I georgiani premano da tempo per convocare una Conferenza internazionale ritenendo che un eventuale No russo sarebbe finalmente “la demolizione del mito della missione di pace russa nella regione”.
Eppure il ministro georgiano ancora doveva pronunciare le sue proposte che il Ministro degli esteri russo già li respingeva al mittente. “Al posto di fare il proprio dovere nell’ambito degli accordi già in vigore, tentano in ogni modo di internazionalizzare il conflitto in Abkhazia e in Ossezia del Sud” – ha dichiarato Lavrov - “Questi tentativi ci dicano una cosa sola: Tibilisi non è interessato ad una soluzione reale ”. “Il tentativo di internazionalizzare è solo propaganda e fumo negli occhi”.
E ancora: “ Si trova sempre qualche provocatore che non è contento degli accordi sottoscritti da noi per la regolazione dei conflitti in Georgia e Moldavia. Ci vogliano spingere fuori dal tavolo negoziale; vogliano sostituire le nostre forze di pace con quelli occidentali. Faremmo di tutto per impedire ciò”.
A Lavrov dalla Georgia arriva una rapida risposta. “E’ evidente che la Russia non è interessata alla normalizzazione del conflitto e ciò si rende ancora più palese nella fretta con la quale sono stati liquidati le nostre proposte prima ancora che il nostro rappresentante avesse tempo di formularle”. “L’idea di una conferenza internazionale è positiva, ma la Russia non vuole nemmeno considerarla. Mosca sta aumentando unilateralmente il proprio contingente in Abkhazia, si sta preparando alla guerra. Le dichiarazioni del sig. Ministro sono volte a intimorirci a dissuaderci dal formulare proposte in quanto saranno comunque da loro respinti. "
In questo clima rovente Temur Jakobshvili, il ministro giunto a Mosca, ha dichiarato a Kommersant di “non aver con sé alcuna proposta di una conferenza internazionale”. E che la Russia se la canta e se la suona da sola.
“Abbiamo ragione di credere che la controparte georgiana ci proporrà questa conferenza internazionale – hanno risposto al Ministero degli Esteri. Se arriveranno proposte serie, le valuteremmo. Per ora vediamo che la Georgia tenta di coinvolgere i paesi europei in questi conflitti, risolvendo i propri problemi tramite terzi.”
Difficile discutere, in queste condizioni.

Questa domenica The Sunday Times ha pubblicato l'intervista all'imprenditore incarcercato Mihail Hodorkovskij. Incarcerato lui per futili motivi; sue aziende sequestrate col pretesto di "evasione fiscale" e rivendute per quattro spiccioli agli oligarchi vicini al Cremlino (fra cui Abramovich).
Per la prima volta Hodorkovskij indica nell'intervista il nome del presunto mandante dei due casi giudiziari nei suoi confronti. Il nome fatto è di quelli pesanti: Igor Setcin, l'attuale vice premier della Russia e braccio destro di Putin.
"La prima inchiesta, come la seconda, contro di me fu organizzata da Igor Setcin" - dichiara nell'intervista. "Ha iniziato la mia persecuzione mosso dalla avidità e la continuata spinto dalla malafede e vigliaccheria. Non posso dire come ha convinto il suo capo [Putin n.d.t]. Forse Putin pensava seriamente che io stessi preparando una rivoluzione politica. Ciò era semplicemente ridicolo, all'epoca sostenevo e finanziavo due partiti che insieme non arrivavano al 15%. E' più probabile che volessero solamente incamerare la IUKOS [la principale azienda petrolifera di Hodorkovskij n.d.t.], l'azienda russa di maggiore successo dell'epoca."
"La naturale conclusione della mia vicenda giudiziaria dipenderà dalla riforma del sistema giudiziario che vuole fare Medevedev" - continua Hodorkovskij nell'intervista.
"Alcuni passi compiuti da Medevedev ci consentano di essere leggermente ottimisti. Ma sempre in guardia" - conclude Hodorkovskij.

Oggi Medevedev è diventato ufficialmente il terzo presidente della Russia. Senza indugio, e come primo suo atto, ha inviato alla Duma la candidatura di Putin come primo ministro. "Tutto è già deciso e tutto sta seguendo un percorso già deciso da tempo" - annunca soddisfatta la portavoce della Russia Unita, il partito di governo. Dichiarazione di una certa gravità per un paese democratico da cui uscirebbe un parlamento "notaio" che mette ubbidiente timbri su decisioni presi altrove e da organi non prevvisti dalla costituzione.
Inizia il putismo, l'era di Putin senza Putin. Non metterà, Putin, il ritratto del terzo presidente russo Medvedev nel suo ufficio come vuole la tradizione. Il putismo è l'arte della imitazione. Imitazione della democrazia, imitazione della libertà di parola, imitazione di partiti e movimenti. Da oggi, imitazione del Presidente della Russia. Il ruolo c'è, ma deciderà - c'è da giurarci - non più di quanto decide Napolitano in Italia.
Scenari futuri? Il putismo è legato alle sorti di una persona: Putin. Putinismo finirà con Putin, come lo stalinismo è finito con Stalin, l'era breznevniana con Breznev e la perestroica direttamente con la fine dello Stato.
Il Putinismo ha tratti di peronismo. Ha solidi basi nell'appoggio popolare perciò non ricorre alle armi per autosostenersi. Ma l'appoggio popolare è volatile per definizione, e allora le armi potrebbero sopperire come i manganelli durante le marce della opposizione sopperiscono ad una Costituzione pasticciata e inutile.
Il Putinismo trae linfa economica dai prezzi record di petrolio e gas. Ma la manna dal cielo non viene reinvestita per creare un tessuto economico radicato e duraturo, ovvero industrie internazionalmente concorrenziali. Non viene incentivato un ambiente imprenditoriale moderno libero dalla corruzione e dallo capriccio dello Stato. Agli investitori torna in mente la sorte toccata alla Yukos e ai contratti della BP e EDF buttati a calci in culo in barba ai contratti e obblighi di parte.
Il Putinismo vive l'apice del suo successo ma è volatile quanto le basi su cui si poggia.
Auguri, Presidente Medvedev.


Per la prima volta in sette anni il presidente della Moldavia Voronin ha incontrato il capo della autoproclamata repubblica della Trasnistria. Quest'ultima è una regione della moldavia a maggioranza russa che si è autoproclamata indipendente nel 1991 dopo il crollo dell'unione sovietica. La proclamazione non è stata riconosciuta a livello internazionale e portò anche ad un breve ma virulento conflitto con l'esercito regolare moldavo, finito in una disastrosa sconfitta di quest'ultimo.
Igor Smirnov (foto) è il presidente della Repubblica Moldava della Transistria (sito ufficiale) si rappresenta come un campione di lotta per la libertà e la democrazia del suo popolo; dalla capitale della moldavia viene invece dipinto come un mafioso attorniato da una cricca di corrotti e che ha creato un territorio di diffusa illegalità usata come base per traffici di armi e droga.
La Moldavia ha efficacemente riusciuta ad isolare la transnistria dopo la vittoria della opposizione arancione nella confinante ucraina. Di concerto col governo ucraino la Repubblica della Transinistria è stata de facto isolata e sottoposta ad un ferreo controllo doganale e ad un salato regime di dazii.
Ora la Russia è scesa sul campo costringendo la Moldavia a incontrare e a riprendere i negoziati con la Transnistria. Smirnov riferisce a Interfax di aver ricevuto la telefonata di Lavrov, il ministro degli esteri russo, che lo appostrofò: "Voronin [presidente della moldavia n.d.a] la chiamerà dopo che avrò messo giù la cornetta. Ha intenzione di incontrarlo?" "Sì, va bene" gli rispose racconta Smirnov. Fu così, al telefono, che fu combinato il primo incontro fra le parti dopo 7 anni di trattative congelate e pericolose escalation.
Da evidenziare che le trattive sono riprese dopo la riapertura delle frontiere russe al vino moldavo seguito ad un blocco che minacciava di strangolare l'economica della povera Moldavia. Non è idea balzana immaginare che la riapertura con la filo russa transnistria era fra le condizioni imposte alla moldavia (per altro mai note) per l'apertura commerciale delle frontiere.
La Russia mantiene basi militari nella autoproclamata repubblica.
La lunga via crucis dei democratici russi continua. La strategia, se così si può chiamarla, di andare a spicciolata alle ultime presidenziali è finita in modo disastroso e non solo per colpa delle elezioni truccate dal "regime". I liberali e i democratici da Kasparov in giù sono una minoranza nel paese. Questo hanno dimostrato le ultime elezioni. Putin invece ha la maggioranza. Ovvio che non tutto ciò che vuole la maggioranza è il meglio. In questo caso la minoranza democratica è il bene per la Russia ma se continua nella pratica di autolesionismo come alle ultime due consultazioni, le speranze di sopravvivere si riduranno a lumicino. Non si parla nemmeno di vincere, si parla di sopravvivere.
Ok, la bastonata l'hanno presa. Tre partiti esclusi dalle liste elettorali, Bukovskij escluso, ovviamente il regime non ha agevolato l'avventura democratica nè bisognava aspettarselo. Ma anche i democratici ci hanno messo di loro. Il Fronte democratico tanto sbandierato ha perso pezzi a destra e a sinistra proprio prima del voto, la litigiosità e i personalismi personali hanno fatto da padrone, le marce di protesta sono degenerati in lita con la polizia (che la cercava, d'accordo, ma non si è fatto nulla per non cadere nella provocazione), Kasianov ha presentato le liste con firme false etc etc etc.
Non ci siamo.
Ora si riprova a ricomporre i pezzi del fronte democratico con l'assemblea del 5 aprile di San Pietroburgo. I presupposti sono sempre gli stessi, leader di statura mancano, dove sono le garanzie che non la storia non si ripete? Prevvisione facile: un fronte unico di opposizione in Russia non si farà per i prossimi 5 anni. Almeno.
Il 5 aprile a San Pietroburgo c'erano tutti. Bukovskij, Jabloko, SPS, Fronte Civico, Kasparov e tutta la miriade di sigle, siglette, movimenti. Tutti d'accordo sulla deriva autoritaria della Russia, tutti d'accordo che Putin è cattivo. Fin qui facile. Ma appena si inizierà a parlare delle liste elettorali che fine faranno tutti i buoni propositi sulla lotta fino all'ultimo sangue per la democrazia e sulla "Russia che vogliamo lasciare ai nostri figli"?
Ecco che fine farà: "Di fatto in questo paese se si tenessero elezioni liberi vincerebbero i comunisti estremisti di Limonov" dichiara Garry Kasparov.
Finitela di sospettarvi gli uni l'altri. E fatelo sto cazzo di partito unico. Sennò al prossimo congresso sciogliamoci e dichiariamo che la partita per contrastare la deriva autoritaria del paese è persa.
Sarà più onesto.